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![]() REGISTRATO PRESSO IL TRIBUNALE DI AREZZO IL 9/6/2005 N 8 |
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Anno V n° 11 NOVEMBRE 2009 - PRIMA PAGINA |
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La mancanza di etica ha invaso anche il campo economico-aziendale dell’industria dello sport. A parte il fatto che continuare a chiamarla industria mi pare ridicolo in quanto un’industria, per sopravvivere, deve avere i conti in regola, altrimenti è destinata al fallimento. Direi piuttosto che si tratta di un “giocattolo” riservato a pochi miliardari disposti a ripianare il disavanzo ogni volta che si manifesta. Almeno sino a quando il giocattolo non li diverte più e allora se ne vanno, lasciando le società in bancarotta e tutto l’ambiente di appassionati senza lo spettacolo domenicale. E non c’ è bisogno di rispolverare il cattivo esempio di calciopoli, che ha evidenziato il totale crollo dell’etica. E’ sufficiente andare a leggere i dati dei più grossi club europei di calcio per capire che quasi tutti si indebitano nel tentativo di ottenere risultati che, spesso, non vengono neppure raggiunti. In testa le squadre inglesi del Chelsea e Manchester United (debito che sfiora il miliardo di €), seguite da ambedue i club di Madrid, dal Valencia, dal Barcellona e, finalmente, da Inter e Milan (vicine ai 400 milioni). Ma quasi tutti i club italiani di serie A sono in rosso, tanto da accumulare, in collettivo, oltre due miliardi di euro. E per fortuna che vi sono i cospicui proventi televisivi a limitare i danni, altrimenti la situazione sarebbe ancor più drammatica. Del resto si tratta di un fatto culturale diffuso: i tifosi vogliono club vincenti e fanno pressione sui presidenti; gli agenti dei calciatori ricattano i club con richieste sempre più esose (pena il trasferimento); gli ultras ricattano le società per ottenere vantaggi economici (biglietti e trasferte gratuite) e rifiutano di adottare la “Tessera del tifoso”, introdotta dal ministro Maroni allo scopo di controllare i comportamenti delinquenziali di taluni; i presidenti licenziano continuamente gli allenatori appena i risultati latitano, anche se gli acquisti sono stati quasi sempre decisi dalla società. Pure gli atleti non paiono essere stinchi di santo, dato che i loro grossi proventi vengono sempre più spesso nascosti in paradisi fiscali, sottraendo agli onesti cittadini somme che potrebbero risollevare le sorti di quelle famiglie in netta difficoltà a seguito della crisi e dei licenziamenti. Forse una svolta atta a limitare gli assurdi comportamenti dei club di calcio europei potrebbe arrivare nel 2012, quando, secondo Platinì, le società potranno spendere in base agli incassi. Tuttavia ho paura che tutto, come al solito, finirà in un fuoco di paglia; come finirà in nulla la sacrosanta multa appioppata al calciatore Mutu che deve risarcire 17 milioni al club precedente a causa della lunga squalifica subita per aver fatto uso di cocaina. Se a suo tempo la stessa pena fosse stata inflitta a Maradona, con molta probabilità avrebbe smesso di drogarsi o di giocare. Infatti, se questi due principi venissero messi in atto sino in fondo, si potrebbe sperare in un miglioramento dei modelli culturali che hanno fatto degenerare il mondo dello sport e del calcio in particolare. Si tratterebbe di una svolta epocale atta a sradicare il comportamento sleale di tutti gli addetti ai lavori, al pari della famosa sentenza Bosman che ha tolto il vincolo a vita in tutti gli sport.
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